UN ESERCIZIO DI VISIONARIETÀ

di Luca Molinari
Professore presso l'Università degli Studi della Campania "Luigi Vanvitelli"

Il titolo della nuova mostra internazionale di architettura della Biennale di Venezia sembra stato pensato appositamente per questi tempi, malgrado sia stato proposto un anno prima della pandemia. How will we live together? / “Come vivremo insieme?” è un incipit potente e, insieme, un interrogativo urgente per un tempo che mette tutti noi sotto pressione con domande emergenti che non possono più essere procrastinate a un futuro prossimo.
Questa Biennale è anche il primo, grande, evento globale ad aprire al pubblico, un segnale di speranza e una sfida a un tempo fluttuante tra zone gialle, arancioni e rosse, come se da Venezia, recentemente nominata capitale mondiale della sostenibilità ambientale e simbolo di una clamorosa fragilità ecologica, fosse urgente la necessità di lanciare un forte segnale a un mondo stanco, prostrato da questo tempo pandemico e insieme eccitato all’idea di ripartire.
Pochi mesi fa ho avuto la fortuna di dialogare con Hashim Sarkis, preside della Facoltà di architettura al MIT di Boston e curatore di questa edizione della Biennale: le sue risposte sul senso e i contenuti di questa edizione furono illuminanti riguardo al titolo individuato e alle scelte di fondo che sono sopravvissute malgrado lo spostamento di un anno della sua mostra: «Ci aiuta il fatto che sia una questione aperta, più che un’affermazione. Il titolo potrebbe essere visto come una coincidenza, come un paradosso, non ne sono sicuro. Contemporaneamente, quando abbiamo iniziato a pensare se dovessimo adattare la mostra alla situazione attuale, abbiamo esaminato anche le ragioni per cui abbiamo proposto il tema e ho riflettuto sul fatto che mi sono posto questa domanda perché stiamo affrontando il cambiamento climatico, che ci richiederebbe di pensare radicalmente al modo in cui viviamo insieme, nel caso in cui dovessimo vivere. Richiede il ripensamento ai nostri rapporti sui confini, le questioni che riguardano i rifugiati, i rapporti politici e geografici, in modo da affrontare anche le questioni ecologiche. Richiede di ragionare sulla nostra polarizzazione politica che sta aumentando, dividendoci sempre di più. Ci richiede di ripensare il nostro rapporto con noi stessi, ma anche con gli altri esseri viventi. Per molti versi, se si pensa a tutte le diverse sfaccettature delle motivazioni per cui ci poniamo la domanda, perché o come vivremo insieme, queste sono le ragioni stesse che ci hanno portato alla pandemia. Questo rende la domanda forse molto diretta, ma a livello più profondo, ancora molto rilevante. È per questo che crediamo fermamente che il titolo e le ragioni alla base del titolo mantengano la loro validità nonostante la pandemia, e forse acquisiscano un significato diverso a causa della pandemia. Le persone vivranno i progetti in modo diverso. Di conseguenza, penso che alcuni dei partecipanti stiano facendo delle modifiche, altri stiano mantenendo il corso prestabilito, ma direi che in 

generale, le persone sentono ancora la rilevanza dei loro progetti e una crescente rilevanza, e che abbiano accettato la condizione in cui viviamo in quanto valorizza i loro progetti. In alcuni casi si sono preoccupati che questo dia una dimensione troppo ristretta, vorrebbero fare in modo che il progetto sia adattato ma non consumato dalla condizione attuale».
Il punto di vista del curatore è chiaro e ci riporta a questo tempo e al fatto che da alcuni anni l’architettura, così come le altre discipline che regolano la nostra vita sociale, siano attraversate da forti domande di senso da una società globale sempre più preoccupata di capire come potremo vivere bene insieme e che tipo di contributo il mondo del progetto potrà dare a questa metamorfosi in corso.
Si tratta di questioni urgenti per un secolo nuovo in cui la pri-orità è data dalla riduzione radicale del consumo di territorio e di risorse naturali, oltre che da un uso completamente diffe-rente degli spazi e delle tecnologie che abbiamo a disposizione. In aggiunta, appare chiaro come la questione ambientale, di sostenibilità diffusa dei luoghi che saremo chiamati a costruire e a modificare, sarà sempre più centrale, sia per una crescente domanda sociale che per la necessità vitale di ridurre l’impatto energivoro e di consumo delle nostre, ridotte, riserve ambientali. 
Il lavoro sulle materie del progetto e del costruito diventerà sempre più importante perché l’esercizio di sostenibilità passa anche attraverso una conoscenza consapevole e matura dei materiali che utilizziamo e che vanno applicati con grande attenzione, come se fossero le ultime, preziose tracce di un tesoro che stiamo perdendo.
Questa strategia dovrà passare per un esercizio del progetto di architettura più maturo, libero delle scorie moderniste degli ultimi secoli e consapevole dell’impatto che ogni intervento produce. Il progetto deve recuperare una visione circolare dell’ambiente che abitiamo, che riporti al centro la vita tutta degli esseri che popolano il nostro pianeta, attraverso un eser-cizio di visionarietà libera e radicale che aiuti a cambiare pro-spettiva sui luoghi che siamo chiamati a curare e trasformare. Le città, oggi, sembrano diventare sempre più la somma del-le nostre abitazioni, fragili e interconnesse, e per questo sarà fondamentale lavorare sugli anticorpi collettivi per bilanciare l’emergere di questa distopia dell’attuale pandemico.
Si tratta di una sfida potente per i progettisti e per tutte quelle categorie creative della contemporaneità che sono chiamate a incidere sulla qualità della nostra vita quotidiana, perché si tratta d’immaginare un mondo differente, più fluido e flessibile alle urgenze e ai bisogni di una società che sta cambiando e che ha bisogno di luoghi inclusivi e accoglienti.